mercoledì, 02 luglio 2008

Nel quadro internazionale, il sentimento prevalente è per la stabilizzazione. Così Nicolas Sarkozy e Angela Merkel ma in questo senso anche – par di capire – gli orientamenti della futura Casa Bianca sia di John McCain sia di Barack Obama. Per ciò che riguarda l’establishment italiano la prima notazione è sulla sua fiacchezza con voglia di tregua per intrighi e assalti. Questo appare lo spirito di Sergio Marchionne, di Giovanni Bazoli, di Cesare Geronzi, di Alessandro Profumo. L’unico vispo tra loro, Paolo Scaroni, certo non si mette a tramare contro il governo.

I desideri dell’elettorato a grande maggioranza paiono chiedere una fase di serenità e si riflettono sia sugli orientamenti della maggioranza sia su quelli dell’opposizione, dove la lite di fondo tra il vigliacchetto Walter Veltroni e l’egocentrico Massimo D’Alema appare più su chi riesce a pacificare la nazione (cercando di non farsi notare) che su altro. Insomma i principali fattori che potrebbero aprire spazi ad avventure dipietriste al momento non paiono indicare pericoli immediati.

Però è bene sottolineare molto quel “al momento” perché la fase che viviamo non è “tranquilla” rispetto sia al quadro internazionale sia alla situazione economico-sociale italiana. Non esiste un equilibrio internazionale sufficientemente consolidato rispetto alle tensioni prodotte sia da tendenze come la jihadista (ora prevale la variante khomeinista) sia da sostenute guerre commerciali che potrebbero provocare guasti inediti. Prezzo del petrolio e del cibo e ricorrenti crisi finanziarie danno un’idea di quali potrebbero essere i prossimi scenari. In questo contesto globale e anche nel nostro paese certi fenomeni di impoverimento dei ceti medi e dei lavoratori possono provocare improvvise rotture sociali. Insomma l’ottimismo dell’intelligenza va ben bene calibrato e la situazione va tenuta sotto controllo.

Il dipietrismo non è soltanto un fenomeno residuale, una fastidiosa appendice di quella guerra nella sinistra che usa qualsiasi pattume pur di sostenere una fazione contro l’altra. No, c’è innanzi tutto un legame stretto con un ordine dello stato (o almeno con suoi consistenti settori), la magistratura, che ha una notevole e organizzata influenza sulla vita della società. Ma vi è anche il sostegno di basi sociali, limitate ma non del tutto trascurabili.

Si sa che in qualsiasi comunità un certo rancore sociale è inevitabile: di fatto per progredire l’umanità ha bisogno anche di conflitti e dove ci sono conflitti, si sviluppano convinzioni molto caratterizzate che possono portare all’odio e alla faziosità. Il problema diventa più acuto quando, come è successo in Italia, alcune culture fondamentali (dal marxismo al dossettismo, per certi versi anche a qualche filone neofascista) che elaboravano il rapporto tra protesta e proposta e limitavano così il “rancore sociale” sono entrate in crisi. La mediazione del conflitto diventa dunque fragilissima: uno perde in Borsa (o gli alzano il mutuo o il figlio non trova lavoro) e subito vuole fare schiaffare in galera qualcuno per grattarsi la rogna che gli è capitata.

L’autoreferenzialità della politica che segna molta parte della storia del nostro paese, combinata con il carattere asfittico ed egoistico di larga parte del nostro establishment, fa sì che non solo non vi sia un granché di rapporto tra élite e società ma che in più vi sia scarso senso di responsabilità nelle élite stesse. Per valutare il fenomeno basta considerare come la corporazione della magistratura (comprese tante persone perbene e di buon senso che ne fanno parte) nel suo complesso abbia lasciato esplodere il rapporto con la politica. Quindi mentre certamente tanti elementi del quadro generale inducono all’ottimismo, non bisogna sottovalutare il potenziale distruttivo (e le sue basi sociali) di certi movimenti.

Il rancore sociale. Chiunque abbia a che fare con qualsiasi media si rende conto che il rancore sociale espresso dal dipietrismo è forte e vivace. Né si può contare molto sulla tenuta del nostro malmesso establishment: basta considerare come si comporta la cosiddetta stampa indipendente. Questa (a parte Repubblica, giornale-partito che segue le strategie del suo editore e che sulla base dei suoi interessi-desideri è passata da posizioni garantiste a forcaiole nel giro di pochi minuti) è abbastanza consapevole della gravità dei problemi, degli orientamenti di fondo della società, e ha cercato di dare, con editoriali e opinioni, un contributo a stabilizzare la situazione, ma poi è stata strategicamente condizionata dalle sue star superqualunquiste, dai suoi piccoli, medi e grandi tagliagole con legami in procura, dall’effetto che le intercettazioni voyeuristiche hanno sulle vendite e non è stata in grado quindi – anche per una sua sostanziale viltà – di contenere il circuito mediatico giudiziario quando questo si è messo in movimento.

Avere una visione chiara sia degli elementi che danno fiducia sia dei rischi reali è la base per agire con assennatezza. Il primo punto da affrontare è l’emergenza: impedire che gli sfascia aziende tipo Mediaset e i lincia persone, gli anti Silvio Berlusconi, abbiano via libera. Ma insieme è decisivo restaurare un rapporto adeguato tra società, élite e politica: questa è l’unica via per aiutare a elaborare gli inevitabili conflitti di una comunità. Ma per ottenere questo risultato non basta la tattica (l’immunità o il salva Rete 4) ci vuole anche per tv e giustizia una grande riforma (la parola fa venire un nodo allo stomaco e avvicinare le mani a posti innominabili) che riesca a disegnare una nuova, aperta e trasparente società.

 

di Lodovico Festa

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mercoledì, 02 luglio 2008


Cifre, trucchi e mercato nero. Guida contromano a tutto ciò che non avete mai saputo sulle intercettazioni e a tutto ciò che succede sottobanco tra magistrati, avvocati e giornalisti

Arrivano su fogli di carta liscia, con le pagine raccolte in cartelline di plastica, con le conversazioni registrate in ordine cronologico e con le chiamate in entrata e in uscita ordinate una a una dentro lunghe griglie di documenti trascritti. Data, time, durata, chiamante, note, omissis, voci incomprensibili e lunghi tabulati. Arrivano così, le intercettazioni telefoniche: arrivano a casa, arrivano alla fine di un’indagine e arrivano quando l’intercettato ha ormai compreso che, fino a quel momento, ogni parola bisbigliata al microfono del telefono poteva davvero significare qualsiasi cosa dall’altra parte dell’apparecchio.

Chi è stato intercettato almeno una volta lo sa: sa perfettamente che cosa vuol dire aprire quella cartellina con il timbro della questura della sua città, sa perfettamente che cosa vuol dire sfogliare quelle pagine fitte fitte con le sue parole registrate magari solo per un po’ di giorni o magari per un paio di mesi. Perché, se non sei così famoso e se le tue conversazioni sono una notizia solo per te e non per i giornali, quando ti arriva il brogliaccio tu lo prendi, lo scarti, lo sfogli e lo leggi e lo rileggi sul tavolino di casa, nella speranza di non aver mai alluso a nulla, di non aver mai parlato con gente sospetta e di non aver mai detto per nessuna ragione niente, neppure una cazzata. Solo che quando le trascrizioni non rimangono nel tuo cassetto, quando le tue parole arrivano prima sui quotidiani, si sa come funziona: per il lettore la voce su carta è una sentenza che non ha bisogno di prove aggiuntive e spesso basta l’intenzione per provare l’accusa e basta un equivoco per confermare il sospetto.

Capita così per circa 124 mila utenze all’anno, capita così a circa 300 italiani al giorno e anche per questo non è affatto difficile riconoscere subito la persona che almeno una volta nella vita è stata intercettata. La riconosci subito, quella persona, perché al telefono più che parlare preferisce ascoltare, perché nei messaggi preferisce non alludere, perché ti dice che non si sa mai, che lo sai come funziona, che queste cose non si dicono, che certi discorsi è meglio farli a quattrocchi e che di questo, forse, è meglio parlarne un’altra volta. Quanto ti capita, quando scopri che un orecchio estraneo è stato incollato alla tua cornetta per chissà quanti giorni, il telefono si trasforma inevitabilmente in un potenziale microfono rivolto verso un pubblico di cui tu non sai nulla, che di te però vuole sapere tutto e che non aspetta altro che spulciare tra le registrazioni per ascoltare dal buco della serratura quelle telefonate che sembrano essere “incriminate” anche quando con il reato non c’entrano proprio nulla. I numeri li conoscete e cronisti di ogni genere si sono già ampiamente esercitati per giorni sui dati reali delle intercettazioni telefoniche.

Qualcosa però è sfuggito, e per comprendere come funziona un’intercettazione e per capire quali sono, davvero, le vie dell’abuso, la strada giusta non è quella di insistere sui costi effettivi delle intercettazioni. Non basta dire che intercettare in Italia costa moltissimo e che costa più di qualsiasi altro paese europeo. Non basta dire che ogni tabulato telefonico costa allo stato circa 26 euro. Non basta dire che ogni procura spende quotidianamente circa 1,6 euro per intercettare un telefono fisso, 2 euro per un cellulare e 13 euro per un apparecchio satellitare e che ogni giorno il ministero della Giustizia spende circa 613 mila euro per tenere sotto controllo le utenze intercettate (in Francia e in Germania le aziende telefoniche sono invece costrette a offrire gratuitamente allo stato la linea telefonica). Per comprendere davvero tutte le degenerazioni possibili della rete delle intercettazioni, dunque, bisogna dare uno sguardo a cosa succede in questi giorni a Napoli – con il caso Rai, con il Cav., con Saccà e con l’incredibile numero di telefonate registrate (in tutto sono novemila) – e si deve comprendere il senso di quel che è successo pochi giorni fa nel Gargano – con quell’overdose di intercettazioni che, per l’impossibilità di sbobinarle in tempo, ha portato alla scarcerazione di tredici delinquenti – per capire che ancora oggi ci sono aspetti che non possono essere trascurati. Certo, è un errore considerare a priori la registrazione telefonica come un elemento sempre pericoloso per la nostra privacy, perché per legge l’attività investigativa viene sempre privilegiata rispetto alla tutela dei dati sensibili, perché il 95 per cento delle sbobinature che finiscono sui giornali sono intercettazioni non più segrete e perché in fondo in molti casi l’attività di intercettazione non sostituisce affatto l’indagine sul campo, ma semmai spesso la integra.

“Noi – dice un poliziotto famoso che chiede l’anonimato – abbiamo conosciuto un periodo in cui non si facevano intercettazioni perché c’erano i pentiti. Poi si disse che la polizia non sa fare indagini, che comanda tutto il magistrato, e che noi non sappiamo fare più niente. Ed era in parte anche vero, perché io vedevo gli uffici dell’arma dei carabinieri che si erano appiattiti sulle dichiarazioni del pentito. Il pentito era interrogato dal magistrato e il magistrato diventava in modo incontestabile dominus dell’indagine, mentre la polizia giudiziaria si riduceva a rango di ‘aiutante d’interrogatorio’. Ma bisogna fare attenzione. Tu all’intercettazione ci arrivi come momento corroborante dell’indagine. E’ una cosa che va abbinata al resto. Se io metto sotto controllo due trafficanti di droga della camorra, se tu non fai attività di osservazione sul posto e non vai con una telecamera o non nascondi persone in contenitori dell’immondizia, travestendoli da spazzini, da muratori o magari da puttane, le intercettazioni da sole non servono a nulla”.
Soprattutto ora che il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, è pronto a portare in Parlamento il restrittivo disegno di legge che regolamenterà le intercettazioni telefoniche, c’è un aspetto che più degli altri va preso in considerazione: il vero problema non sono le registrazioni in sé, ma sono tutte le vie che rendono possibile la fuga di notizie e grazie alle quali, spesso, le intercettazioni arrivano sul desk dei cronisti prima ancora che sul tavolo degli indagati.

Ecco, come è possibile? Quali sono i punti critici della rete delle intercettazioni? E come fa, davvero, un giornalista a ricevere prima dell’interessato queste registrazioni? Bene, qualsiasi cronista abbia avuto a che fare negli ultimi anni con la pubblicazione delle intercettazioni sa perfettamente che in fondo non è così difficile riuscire a entrare in possesso di quei “documenti riservati”. (Tecnicamente ancora oggi esiste una legge che prevede il divieto assoluto di pubblicazione delle intercettazioni protette dal segreto istruttorio, ma in realtà per chi pubblica le conversazioni non ci sono vere sanzioni: se le intercettazioni vengono riportate prima della fine delle indagini il cronista se la cava con una multa di 250 euro; se le conversazioni invece finiscono sui giornali quando si trovano ancora sotto segreto istruttorio la persona che commette reato è quella che ha lasciato uscire le carte dalla procura non quella che le riceve).

Dall’altra parte, però, sarebbe ingenuo nascondere che molto spesso le intercettazioni sembra proprio siano fatte scientificamente uscire sul quotidiano giusto e nel momento giusto. E se qualcuno crede che non sia così, se qualcuno ancora crede che le intercettazioni non vengano fuori, come dire, “ad arte”, è sufficiente ascoltare quanto detto qualche mese fa dal sostituto procuratore romano Piero Saviotti, che, a proposito di fughe di notizie, rispondeva così alla commissione giustizia del Senato. “Per quanto riguarda l’individuazione della fonte della fuga di notizie – spiegava Saviotti – è difficile dare una spiegazione, anche perché gli interessi sono spesso diversi. Vi è sicuramente l’interesse del pubblico ministero a fare bella figura, a comparire sui giornali, e ciò è molto frequente; non ho prove, ma la mia percezione, di chi opera nel settore, me ne dà in molti casi la conferma. Vi è poi quella che io chiamo la sindrome de ‘I tre giorni del Condor’. Alla fine di quel film, il giornalista promotore dell’inchiesta si sente al sicuro quando riesce a trasmettere il dossier al giornale. A quel punto si sente protetto dalla collettività per cui ritiene di aver lavorato. Ebbene, vi assicuro che questo atteggiamento mentale costituisce una motivazione altrettanto rilevante del far bella figura e di apparire. Si tratta di blindare un’indagine a fronte di aggressioni prevedibili, supposte o semplicemente paventate da parte di quei poteri ai quali ci si vuole contrapporre. In altre parole, l’indagine giudiziaria che approda sulla carta stampata per colui che l’ha condotta in questo modo può essere più protetta, più sicura".

"Un magistrato – continua Saviotti – non fa carriera in senso tecnico con un’indagine andata a buon fine, ma un ufficiale di polizia giudiziaria sicuramente sì. Un risalto giornalistico dell’indagine può soddisfare inoltre anche il malinteso senso istituzionale di volere più risorse per il proprio ufficio. Il dirigente di un ufficio specializzato, di una sezione anticrimine del Ros, di una Dia o di una Digos, sa che se produce risultati visibili ha un potere contrattuale maggiore nei confronti dell’amministrazione per ottenere risorse”. Un tempo – prima che gli atti giudiziari venissero registrati su dischetti duplicabili e quando ancora i magistrati non ospitavano in vacanza i giornalisti per consegnare loro i cd con i verbali utili – il vecchio trucco era semplice e funzionava più o meno in questo modo: il giornalista entrava nel palazzo di giustizia, bussava nell’ufficio del magistrato, il magistrato apriva la porta, faceva sedere il giornalista di fronte a un tavolo e, nel dare una spolveratina alla coscienza allontanandosi “solo per un attimo” dall’ufficio, lasciava lì sul tavolo il verbale o l’intercettazione di fronte al cronista. Il quale, ringraziando, consultava rapidamente prima che il magistrato ritornasse in ufficio. Oggi invece le vie di fuga sono praticamente infinite, e basta ricostruire la vita di una registrazione per capire i passaggi nel corso dei quali la voce dell’intercettato, invece che passare da un ufficio giudiziario a un altro, arriva nelle mani curiose di chi con le indagini non c’entra proprio nulla.

Comincia così un’intercettazione telefonica, comincia con un ufficiale di polizia giudiziaria (dunque polizia di stato, carabinieri o guardia di finanza) che chiede al magistrato di poter intercettare. Il magistrato richiede l’autorizzazione al giudice per le indagini preliminari, il gip valuta se esistono le condizioni per mettere un “bersaglio” sotto controllo (non si può intercettare su tutto: occorrono gravi indizi e, fino a oggi, occorre che il reato preveda una pena non inferiore ai cinque anni). Se le condizioni esistono, il magistrato autorizza la polizia a mettere sotto controllo una serie di utenze telefoniche. (Le uniche intercettazioni che per legge possono essere effettuate preventivamente, cioè basate non necessariamente su indizi, sono quelle fatte dai servizi segreti e sono poco più di cento ogni anno). Così, la polizia giudiziaria invia un fax all’azienda telefonica e chiede di mettere a disposizione i suoi servizi per intercettare l’utente. La durata massima di un’intercettazione, oggi, è di un anno – tranne per i reati di mafia per i quali sono previsti dodici mesi in più.

A questo punto l’azienda telefonica crea un ponte, un filo virtuale che arriva fino alla sala d’ascolto della procura e che permette alla polizia di ascoltare le telefonate delle utenze richieste. La sala d’ascolto è una piccola stanza che si trova all’ultimo piano di ciascuna delle 165 procure d’Italia, nella cosiddetta “piccionaia”. Qui, con una cuffia collegata al computer, gli ufficiali di polizia ascoltano le conversazioni su un monitor, grande quattro volte questa pagina di giornale, in grado di gestire contemporaneamente fino a trecento numeri di telefoni. Il computer ha un programma che condensa insieme le telefonate (i poliziotti la chiamano “lavatrice”) e segnala con un colore rosso l’utenza che squilla in quel determinato momento.

Tecnicamente, per intercettare un telefono, basta conoscere il codice genetico di ogni apparecchio (si chiama “Imei”). Quel codice lancia un segnale radio che viene registrato da ogni celletta presente in città (attraverso le quali i telefonini sono connessi alla rete) che permette alla polizia non solo di ascoltare le parole dell’intercettato ma anche di conoscere esattamente la posizione sul territorio. Esistono solo due tipi di conversazioni che oggi vengono intercettate con difficoltà: la prima è quella che passa attraverso i telefoni satellitari (che si appoggiano ad alcune celle che spesso superano i confini del territorio italiano), la seconda è quella che passa attraverso lo scambio di dati su Skype, il programma di messaggistica istantanea più famoso del mondo per il quale ancora oggi gli inquirenti hanno difficoltà a decrittarne i contenuti. Al termine di un’indagine, infine, le conversazioni considerate più interessanti vengono trascritte su alcuni brogliacci e vengono caricate su supporti magnetici. Ogni cd viene inserito in una custodia sigillata, viene catalogato con un numero di repertorio ma, anche se la traccia del cd non è in via ipotetica modificabile, le duplicazioni purtroppo non mancano. (In un’audizione di due anni fa, il senatore Roberto Castelli sostenne senza ironia che esiste un solo modo per blindare il contenuto delle intercettazioni, “il sistema di attivazione delle bombe atomiche nucleari”).

Teoricamente, ancora oggi, fino al decreto di archiviazione o prima del dibattimento, sarebbe vietato pubblicare qualsiasi tipo di intercettazione. Ci sono casi in cui le conversazioni sbobinate possono però imboccare strade piuttosto diverse da quelle previste dalla legge. Sono molte e tutte lasciano intendere come sia possibile che all’improvviso i brogliacci si materializzino sui giornali prima ancora che questi siano arrivati all’esame della magistratura. In questi casi, con una perifrasi magnifica, i giornali parlano di “intercettazioni finite nella disponibilità dei giornalisti”. Ecco, ci sono occasioni concrete in cui queste “disponibilità” si possono verificare. Spesso, come spiegato con l’esempio dei “Tre giorni del Condor”, capita che sia lo stesso magistrato a fare uscire i verbali. Spesso però capita anche che il giornalista conosca perfettamente quali sono le falle del sistema. Non si tratta solo di voler tirare in ballo tutti i potenziali “casi Tavaroli”, cioè tutti quei casi in cui la figura dello spione potrebbe coincidere con quella degli uomini che si occupano di “business security” all’interno delle aziende telefoniche. Non c’è solo questo, naturalmente. Tanto per fare un esempio, al termine di un’intercettazione il magistrato è obbligato a distruggere tutte quelle registrazioni di cui è stato deciso di vietare l’utilizzo (intercettazioni come quelle tra Piero Fassino e Giovanni Consorte e intercettazioni come quelle che riguardano le ragazze coinvolte nell’inchiesta sul caso Rai).

Che succede, però. Succede che in caso di mancata distruzione non è difficile farla franca, perché non esistono procedimenti punitivi per chi non stralcia quei documenti. Non solo: va anche detto che le sale d’ascolto non sempre hanno le stesse garanzie previste per i luoghi dove i dati vengono trascritti materialmente e che le procure affidano a società esterne (le più famose tra queste si chiamano Resi, I&S, Sio, Radio Trevisan, Area e Rcs – nulla a che vedere con il gruppo Rizzoli – e rappresentano circa l’80 per cento dei costi complessivi che lo stato spende per le intercettazioni). Per quanto riguarda il problema della conservazione dei documenti, invece, vi è una questione doppia, perché da una parte ogni dato di traffico deve essere conservato per almeno cinque anni (l’Italia è il paese a livello europeo dove si conservano di più – in Unione europea è previsto un termine ordinario di due anni) ma dall’altro lato in alcune aziende spesso vengono conservate a lungo anche alcune copie di quei documenti: le aziende, per dimostrare di aver erogato una certa prestazione, devono mantenere le carte fino all’incasso della fattura e le richieste di liquidazione, come ammesso dagli stessi dirigenti delle aziende telefoniche nel corso dell’ultima indagine conoscitiva sul fenomeno delle intercettazioni, spesso vanno misteriosamente smarrite.

Per quanto riguarda la questione degli avvocati, invece, vi sarebbe tutto un capitoletto da aprire a parte. Qui i problemi sono piuttosto seri, perché ogni legale ha diritto al deposito e alla copia di ciascuna intercettazione e ogni legale ha anche diritto a ricevere su cd rom tutto il materiale prodotto nel corso delle indagini. Il punto è che quando il giudice dispone la distruzione delle telefonate, dispone la distruzione di quelle custodite in procura. Mentre non prevede alcuna distruzione forzata di tutte le copie che sono state lasciate ai difensori. Il risultato è che qualsiasi cronista non ha grandi difficoltà a chiedere agli avvocati di fotocopiare questo o quel documento prima ancora che l’inchiesta sia arrivata al dibattimento. Ma non basta. C’è un altro aspetto che non può essere trascurato.

Si dirà: come è possibile che i giornali possano pubblicare tutti quei pettegolezzi, tutte quelle voci sbobinate che non hanno nulla a che vedere con l’indagine e che però attirano l’attenzione del lettore più che un reato di insider trading? Lo spiega ancora una volta il sostituto procuratore Piero Saviotti. “Non credo che se escono sul giornale i pettegolezzi relativi alla vita privata, sentimentale e sessuale dell’indagato X vi sia un interesse di chi ha fornito la notizia a travasare anche quel pettegolezzo. Sicuramente lì c’è il valore aggiunto che bisogna dare alla notizia sulla carta stampata per renderla appetibile, perché naturalmente i lettori si sentono più attratti da queste curiosità piuttosto che dalla rilevanza penale della singola condotta”. In altre parole significa che l’intercettazione va sempre a ruba, che le conversazioni sbobinate stuzzicano comunque il lettore e che però tra una data, un time, una nota e un omissis, un po’ di gnocca e un po’ di vizietti tirano sempre più di una turbativa di mercato.

di Claudio Cerasa

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venerdì, 27 giugno 2008
Scena: il Parlamento madrileno, le Cortes. Zapatero siede sui banchi del governo. Due commessi fanno entrare un uomo con la faccia da impiegato. Si siede, ma lo fanno rialzare: «Stia pure in piedi, davanti alle Cortes Generales», dice Zapatero. Cinque deputati dell’apposita commissione cominciano a interrogarlo e lo fanno sudare. Lui compulsa carte, spiega, nega, si riprende, si fa riprendere. Che cosa succede? Succede che il Parlamento spagnolo ha chiesto conto a un magistrato del suo operato e ha voluto verificare la sua subordinazione alla suprema autorità delle Cortes. Nei palchi, belle spagnole si fanno vento con grandi ventagli e una di loro lancia un fiore al primo ministro: «Viva Zapatero!».
Un sogno? No. La Spagna di Zapatero, dopo aver sorpreso l’Europa con una politica energica contro gli immigrati illegali e clandestini contro i quali ha fatto intervenire i brutti ceffi del Terceiro de Estranjeros è decisa a far funzionare il principio secondo cui soltanto il Parlamento detiene il potere, l’unico potere che esiste in una democrazia parlamentare elettiva, mentre i giudici sono soltanto una parte dell’apparato impiegatizio dello Stato che in nome e per conto delle Cortes, rispettosamente, applica le leggi. Un sogno? Sì, un sogno spagnolo.
E in Italia? Oh, l’Italia, come ha ricordato Cossiga in Senato, è l’unico Paese in cui la sinistra si batta per il primato dei giudici sul Parlamento che la sinistra italiana vorrebbe – possibilmente – in galera. Anche nella Francia controrivoluzionaria l’aristocrazia voleva i deputati in ceppi e i giudici in trionfo: ovunque siano esistite parrucche, reazionari col codino e controrivoluzionari, là i giudici sono stati portati in trionfo e gli eletti dal popolo in galera. La sinistra italiana non è soltanto arretrata: è reazionaria. Non sveliamole in un sol colpo quanto è fascista, altrimenti si arrabbia.
In Italia e soltanto in Italia un giudice può dire: «Io al primo ministro gli faccio un c... così, gli do sei anni e poi voglio vedere come governa». In Spagna un tal giudice, anzi giudichessa, sarebbe appesa per i pollici davanti alle Cortes Generales e ancora starebbe lì balbettando, implorando, sapendo di essere perduta per sempre.
Ma questa invece è l’Italia, e questa la sinistra italiana, che non discende dall’illuminismo ma dall’albero, rompendosi le noci di cocco sulla testa e sognando la democrazia in manette.

PAOLO GUZZANTI
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categoria:berlusconi, giudici, centrodestra
martedì, 24 giugno 2008
Esercitazione per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri che Silvio Berlusconi, dal 1993, è stato oggetto della seguente attenzione: Firenze lo indaga per mafia: archiviata; Palmi per massoneria: archiviata; Milano per corruzione su verifiche fiscali: assolto; per falso in bilancio legato ad acquisto calciatore Lentini: prescrizione, assolto; stessa accusa per Fininvest: prescrizione, assolto. Milano per spartizione pubblicitaria Rai e Fininvest: prescrizione, assolto; per corruzione e falso in bilancio: assolto. Per frode fiscale e appropriazione indebita e falso in bilancio per acquisto terreno Macherio: assolto e amnistia. Palermo per associazione mafiosa poi derubricata in concorso esterno e riciclaggio: archiviata. Caltanissetta per concorso in strage per le bombe del 1993: archiviata. Milano per falso in bilancio per l’affare Medusa, assolto; per caso All Iberian, prescrizione; anche per la gemella All Iberian 2, assolto; su Sme 1 e Sme 2: assoluzione e archiviazione; per falso in bilancio in affare Medusa: assolto; per tangenti fiscali Telepiù, prescrizione, assolto; per corruzione in atti giudiziari per il lodo Mondadori: prescrizione, assolto: per diritti televisivi e corruzione del teste David Mills: in corso. Roma per raccomandazione vallette Rai: in corso. Ciò posto, il candidato ha 18 minuti per commentare l’ultimo editoriale di Famiglia Cristiana così titolato: «Berlusconi ha l'ossessione dei pm».

Filippo Facci
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lunedì, 16 giugno 2008
di NERELLA BUGGIO - culturacattolica.it

Alla povera Santa Rita s’è piantata un’altra spina in fronte a sentire cosa accadeva nella Casa di cura Milanese che si fregia del suo nome.

Leggo sul sito della casa di Cura Santa Rita di Milano
1946 – 2006 - da 60 anni vi siamo vicini.

Già, sessant’anni di cure, di lavoro, di attenzione verso chi soffre, poi arriva un gruppo di farabutti e scopri che le buone intenzioni di chi sessant’anni fa ha fondato la casa di cura sono andate in malora, tradite, da chi nella persona malata vedeva non l’uomo sofferente, ma solo un’occasione per truffare la collettività.

Le indagini in corso, nelle quali sono indagate 19 persone, hanno portato alla luce presunti casi di lesioni gravi e gravissime e cinque casi di morte del paziente, dovuti ad interventi chirurgici inutili e sproporzionati rispetto alle patologie dei malati.
Ora un collega del medico arrestato, afferma che tutti sospettavano che il primario Brega Massone avesse metodi per così dire, poco ortodossi, ma nessuno ne aveva prove certe.

Leggo sui quotidiani che Pier Paolo Brega Massone, il primario di Chirurgia toracica arrestato con accuse pesantissime, all'età di dieci anni è stato adottato dopo la morte dei genitori in un incidente, da un noto e stimato Chirurgo.
Del padre adottivo si ricorda che era primario a Stradella ed aveva ricevuto anche un'onorificenza dalla regina d'Inghilterra perché in battaglia aveva curato dei soldati di sua Maestà, anche se erano nemici. Insomma, un uomo che credeva nella missione del medico.
Ed è con questo uomo come esempio che Pier Paolo Brega è cresciuto, desiderando di imitarlo, e studiando e lavorando duramente per farcela, ma poi la chirurgia da missione deve essere diventata altro.

Più ci penso e più mi convinco che non siamo in presenza di un caso di malasanità, dove l’incuria, la distrazione, la mancanza di personale, portano i medici a sbagliare, no, qui è peggio, siamo in presenza di un caso di “malaumanità”, persone che hanno studiato e faticato duramente per accedere ad una professione che rende chi la fa – custode della vita altrui – e hanno tradito la fiducia di chi, malato, metteva la propria sorte nelle loro mani.
Per avidità di denaro o di potere, non importa.

Tutti noi, quando entriamo in ospedale, ci togliamo gli abiti e ci mettiamo un pigiama, diventiamo fragili, bisognosi d’attenzioni, temiamo di diventare un numero, quello del nostro letto.
Attendiamo il medico che fa il giro delle visite la mattina, scrutando ogni sua smorfia, interpretandone i silenzi, i sorrisi, le parole buone o le battute scherzose.
Se poi, ad essere malato è qualcuno a cui vogliamo bene, il medico diventa il tramite con il domani, colui che può darci speranza, confidiamo nelle sue competenze, nella sua esperienza e nella sua umanità.

I medici, anche quelli indagati, hanno di certo pronunciato il giuramento di Ippocrate:

"Consapevole dell'importanza e della solennità dell'atto che compio e dell'impegno che assumo, giuro:

1. Di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento;
2. Di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell'uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale…

Allora domando - cosa fa diventare dei bravi medici, degli spietati affaristi? La cupidigia? La bramosia di potere? Il desiderio di sentirsi padroni della vita altrui?

Credo che tutto inizi con l’allontanamento dal mistero rappresentato dalla sofferenza, con lo smarrire lo sguardo pietoso nei confronti di chi ti sta di fronte, nello scordare che la mano del chirurgo è il tramite con cui un Altro agisce.
Quando s’inizia a vedere solo la malattia e non più il malato, il tumore e non gli occhi di chi l’ha in corpo, allora il cinismo prende il sopravvento.

Scriveva un medico, laico, divenuto santo, San Giuseppe Moscati:

“Il dolore va trattato non come un guizzo o una contrazione muscolare, ma come il grido di un'anima, a cui un altro fratello, il medico, accorre con l'ardenza dell'amore, la carità.”

Ecco, se il medico non si fa un po’ fratello, se non guarda più in faccia il malato come il tramite tra il Mistero e lui, inevitabilmente non ci saranno motivazioni per cui un vecchio che intanto morire già deve, nel suo perire non debba portare guadagno.
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mercoledì, 11 giugno 2008
Il ritratto firmato Marianna Rizzini

Da Vasco al Cav.

Mariastella Gelmini, giovane ministro dell’Istruzione, dal Garda è giunta a Roma stravolgendo l’idea di “vita spericolata”

"Qui si fa la storia o non si fa/ si deciderà tutto qui/ chi può aspettare aspetterà/ non scappiamo fuori di qui”. Avesse potuto inventare di sana pianta la formula del giuramento da ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca del governo Berlusconi IV, Mariastella Gelmini – colletto bianco proteso nell’aria come la punta di una lancia e messinpiega da signora a dispetto dei trentacinque anni in luglio – non avrebbe inventato nulla, odiatrice com’è dell’approssimazione, ma avrebbe potuto benissimo prendere in prestito una strofa da “Qui si fa la storia” di Vasco Rossi. L’idolo di gioventù che, ben prima del Cavaliere, le ha insegnato l’assertività. “Tu sì che sei speciale/ ti invidio sempre un po’/ sai sempre cosa fare/ e che cosa è giusto o no/ Tu sei così sicura/ di tutto intorno a te/ che sembri quasi un’onda che si trascina meeeee”. Così cantava Vasco in “Ridere di te”, negli anni in cui Mariastella da Leno, in provincia di Brescia, di onde ne vedeva pochissime – al massimo qualche increspatura sulla superficie del vicino lago di Garda – e di scuola si occupava soltanto perché ancora andava al liceo, dai preti, vera figlia del nord guelfo (nel suo caso: di un papà democristiano, ex sindaco di un piccolo comune della Bassa).

Cattolica, no Pacs, con una piccola croce al collo indossata senza blasfemie alla Madonna Louise Veronica Ciccone. Cattolica con un’adorazione intellettuale per monsignor Rino Fisichella. Eppure, alla vigilia della nomina, era tutt’un chiedersi se Mariastella Gelmini potesse davvero piacere, come ministro dell’Istruzione, agli elettori cattolici del Pdl. E’ vicina all’Opus Dei, dicevano alcuni. Macché, dicevano altri, non avete letto quell’intervista all’Espresso in cui Gelmini parlava di Paola Binetti come di “quella signora dell’Opus Dei”, come se l’Opus Dei fosse roba da marziani? Guardate che Gelmini non piace a Cielle, avvertivano i retroscenisti nei giorni interminabili del totoministri. Non è vero, si affrettavano infine a smentire i ciellini stessi, vicepresidente della Camera Maurizio Lupi in testa – che, tanto per cominciare, è grato al neoministro Mariastella fin da quando era deputata semplice e sapeva assaggiare, senza criticare, la pasta al sugo che Lupi in persona cucinava in occasione delle cene di gruppo per colleghi in trasferta (ottima, secondo il cuoco, così-così, secondo i commensali, con uno scarto di giudizio simile a quello tra questura e manifestanti dopo un corteo). Mariastella è brava, Mariastella è una scommessa, Mariastella sarà una sorpresa, dicono in coro Lupi, Bondi e Cicchitto. Mariastella pretende molto, dicono i suoi collaboratori, subito aggiungendo: “Ma guardi che è un piacere lavorare con lei, lei è esigente anche con se stessa”. E tutti non fanno che lodare le asprezze da stakanovista di Gelmini al pari delle sue abilità da mediatrice, ambasciatrice, gran-coalizionista ante litteram, ed è un amarcord collettivo su quando Mariastella era consigliera regionale di Forza italia in Lombardia e cercava di far approvare lo statuto di centrodestra dall’opposizione di centrosinistra, roba che nemmeno Walter e Silvio ai tempi della luna di miele pre-campagna elettorale. Dai laghi si precipitava a Milano, Mariastella, raccontano, nostalgici, gli azzurri lombardi, e veniva a salvare il sindaco Moratti dalle folle rosse e solidali con i cinesi di via Paolo Sarpi, ed era tutto un ricucire, uno stare a sentire, un non piegarsi senza mai urlare, un non transigere pur cooperando, un distinguersi senza troppo contrapporsi.

E dunque come può non piacere a Cielle, Mariastella, dicono i ciellini, una ragazza che conosce così bene l’ambiente ed è stata capace di addolcire le scontrosità reciproche tra formigoniani e forzisti laici? “Tu sei così sicura di tutto intorno a te / che sembri quasi un’onda che si trascina meee”. Quando Vasco cantava l’onda, Mariastella non trascinava ancora nessuno, ma dal cortile dell’oratorio, nell’aria lacustre, si allenava a un futuro vascorossiano di ragazza che sa sempre cosa è giusto e cosa no, mentre i suoi coetanei delle scuole pubbliche, in tutta Italia, con la stessa canzone nelle orecchie, bivaccavano tra aule, assemblee e autogestioni targate Pantera – con chitarra, corso di storia, laboratorio di poesia, cartelloni e panini rancidi – e innalzavano striscioni tutti uguali contro i vetri rotti del terzo piano, la palestra fatiscente e le riforme dei ministri Ruberti&Galloni, due che non avevano, come oggi Mariastella, il gran ministero tutto per sé, con quell’accorpamento altisonante e quella sigla solenne da Roma anni Trenta: MIUR, Ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca. Non che al ministro Gelmini, oggi, serva la lezione di Vasco. Quella del Cav. è già sufficiente a rafforzare l’autostima – e d’altronde Mariastella è un capolavoro di maieutica berlusconiana, giacché, come racconta agli amici, ai colleghi e ai persino giornalisti, Silvio Berlusconi sa “liberare le energie positive”, sa estrarre dalla gente capacità che uno nemmeno sa di avere, e poi crede in te, si fida e ti lancia. E insomma, visti i risultati con il neoministro Gelmini, il premier, agli occhi delle acerbe guerriere che s’è messo al fianco per il suo quarto governo, deve apparire un po’ come il nonno decisionista che ti butta in acqua per farti imparare a nuotare e tu ti senti morire, e poi però ti fa subito un sorriso e ti lancia il salvagente e ti dice brava, visto che ce l’hai fatta?, anche se stavi per affogare. Ed è per questo che chi critica i politici berlusconiani per l’eccessiva deferenza verso il capo non ha capito nulla, ha detto Mariastella, attraverso intervista al Giornale, ai detrattori dell’onorevole dottor Sandro Bondi, stimatissimo tutor che oggi le sorride, orgoglioso, dal ministero della Cultura. Sia come sia, che sia merito di Vasco o del Cav, Mariastella è l’unica, tra le ministre-bambine, a cui nessuno mai si rivolgerebbe con il tono del maestro che interpella una bambina in via di apprendimento – e non è per l’autorevolezza della messimpiega. Epperò, stamattina, Vasco servirebbe. Ci vorrebbe un iPod nelle orecchie e quella strofa a tutto volume: “Non scappiamo fuori di quiiiii”, perché oggi non può non affacciarsi in te un po’ di voglia di scappare da quel ministero assediato dai Cobas, e proprio nel giorno del tuo insediamento. Specie se ti sei addormentata pensando alla frase motivazionale del Cav.: “Alzatevi con il sole in tasca” (parole che nemmeno il regista Paolo Virzì avrebbe potuto mettere in bocca a un precario del suo film) e però poi ti sei svegliata con le dichiarazioni di guerra preventiva di Piero Bernocchi, il sindacalista duro e puro che, alla testa di un manipolo di insegnanti inferociti, ti avvertiva minaccioso che ai Cobas (e non solo) fa orrore la tua idea di scuola: la rivoluzione del merito, la valutazione, la comparazione, i docenti motore del cambiamento, gli studenti turbo dello sviluppo, le tre “I” berlusconiane che risorgono dalle tenebre in cui l’altalena elettorale le aveva cacciate, e invece rieccole, come per incantesimo, puff: Internet, impresa, inglese. E poi i voucher alle famiglie, la concorrenza tra istituti, l’autonomia, tutte cose che rischiano di farti finire contestata almeno quanto il celeberrimo ministro dc Franca Falcucci, detta “la Thatcher de noantri” dai contestatori scolastici anni Ottanta – tantopiù che Mariastella, della Lady di Ferro, non ha soltanto lo stile d’azione (qui si cambia, costi quel che costi), ma pure qualche somiglianza programmatica, ché non sapremmo come definire, se non thatcheriano, il metodo Gelmini di “valutazione trasparente” dei docenti e degli istituti, con votazione a largo spettro e conseguente sparizione degli automatismi retributivi in caso di performance non competitiva del prof., idea che figurava nel programma del Pdl nonché in un precedente disegno di legge dell’allora deputata semplice Mariastella.

Forse in previsione delle future contestazioni professorali sul punto “valutazione nel merito e aumenti di stipendio a rischio”, mercoledì sera, nel momento in cui il Cav. ha sciorinato la lista dei ministri dall’alto del Quirinale, l’onorevole dottoressa e avvocato amministrativista Mariastella Gelmini non ha nemmeno acceso la tivù. Non s’è goduta il momento, non è stata lì a mandare sms agli amici, non s’è data ai festeggiamenti. No, Mariastella mercoledì sera si trovava nella saletta riservata di un hotel romano, con un pugno di giovani collaboratori, seri e concentrati come lei, sommersa dalle carte, nel bel mezzo di una pre-riunione sui “contenuti”. Se ne deduce che non solo non la si può scambiare neppure per sbaglio per una ministra-bambina – e d’altronde Mariastella, diplomatica, ha soltanto parole di lodi per le colleghe ministre-bambine – ma anche che Vasco Rossi deve aver prodotto nel ministro un fenomeno di identificazione rovesciata. “Voglio una vita spericolata/ voglio una vita come quelle dei film/ voglio una vita esagerata/ voglio una vita come Steve McQueen”, ovvero il refrain simbolo di Vasco stesso, è stato interpretato da Gelmini come un inno berlusconiano al fare-fare-fare (esagerando) e salire sempre più in alto, non certo come un invito a tirare tardi per sfarsi e ubriacarsi, come hanno sempre pensato la maggior parte dei fan di Vasco. Il neoministro, una donna che non vuole mai perdere il controllo e tantomeno “trovarsi come le star a bere del whisky al Roxy bar” esagera di sicuro, ma con la sua personale law&order: lunedì Arcore e palestra, martedì mercoledì e giovedì Roma e palestra, venerdì studio d’avvocato a Milano e Brescia, sabato e domenica presidio del territorio. E’ così da quando aveva poco più di vent’anni e si faceva eleggere consigliere comunale a Desenzano – oggi qualche malelingua dice: però era spesso assente. (Anche fosse, meno male, viene da dire. Sarà stato il richiamo della vita spericolata, quella vera, che da qualche parte premeva per farsi riconoscere). Mariastella non tollera neppure la “vita maleducata che se ne frega di tutto” cantata dal suo idolo. Anzi, fregarsene se ne frega, ma di quelli che appena vedono una trentenne carina chiedono: e il fidanzato, dov’è, c’è? E allora ti tocca dire agli intervistatori, molesti e non, che non hai drammi d’amor fatale alle spalle ma soltanto relazioni moderne, civili e ordinate come quella, ormai finita, con il collega Giorgio Romele, e ti tocca spiegare che si può restare amici senza sturm und drang quando una storia si chiude e magari anche lavorare assieme. Solo che poi hai voglia a fregartene quando leggi sui giornali, sempre, accanto al tuo curriculum, quell’epiteto: “Single”. Mariastella Gelmini, avvocato, trentaquattro anni, single. Gelmini, stella azzurra, single. Gelmini, promessa della politica, futuro ministro, single. Manco fosse un marchio di fabbrica. E allora sì che vuoi una vita che se ne frega, se ne frega di tutto, evviva Vasco e abbasso i cronisti milanesi sfaccendati che, davanti a un garbato rifiuto d’invito all’aperitivo, chiamavano Mariastella, non proprio cavallerescamente, “Madunina”.

Finora, si è registrata soltanto una grave crepa nella perfetta gentilezza lacustre (nel senso dell’affabile gente nata sulle rive del Garda) del neoministro dell’Istruzione. E’ accaduto lo scorso anno, quando Gelmini ha fatto rimanere malissimo gli organizzatori di un convegno bipartisan di mille (più o meno) giovani politici nei pressi di Siena. Prima ha detto sì sì vengo, poi si è dimenticata di dire: no no, scusate, non vengo più, ho un’emergenza, secondo la formula che usava quando doveva dare buca alle cene del club azzurro di Trenzano (luogo nordico non meglio identificato): “Cari amici, purtroppo un precedente impegno istituzionale non mi permette di essere con voi questa sera. Nell’attesa di conoscervi di persona, vi porgo i miei più cari saluti”. Invece niente. E allora quelli del convegno bipartisan, sapendo per giunta com’è fatta Mariastella, tutta precisione ed educazione, si sono alquanto risentiti.
“Non ha esperienza in campo di pubblica istruzione”, è il commento dei detrattori della prima ora. A cui Gelmini potrebbe senz’altro rispondere con l’elenco degli argomenti di cui era costretta a trattare quando, assessore al Territorio e all’Agricolura della provincia di Brescia, discettava senza inciampi dialettici, nell’ordine, di parchi da ampliare, vini sconosciuti da supportare, oviculture sospette, formaggi di montagna, miele e tartufi, e lottava strenuamente per difendere “i sapori-bandiera” della zona o i cacciatori braccati dagli animalisti – e meno male (per gli equilibri azzurri) che ancora non si era resa evidente l’ascesa parallela dell’animatrice dei Circoli Michela Vittoria Brambilla, lombarda come Gelmini ma, a differenza di Gelmini, animalista senza se e senza ma. Quale esperienza servirà mai, dev’essersi chiesto il Cav, tra sé e sé, al momento di assegnare a Mariastella un avvenire da ministro. Quale esperienza servirà a una ragazza che, per sua stessa ammissione, è andata scarpinando per dieci anni per tutta la bassa bresciana in cerca dell’elettore, porta-a-porta, e alla fine ha preso diciassettemila voti. Ricordatevi le tre I: Internet, impresa inglese, deve aver pensato il Cav di fronte a cotanto impegno. In inglese l’alacre scarpinare di Gelmini si chiama “canvassing” – e guardate quanto è servito all’amico Boris Johnson, un tipo tosto che, così facendo, è stato appena eletto sindaco di Londra. “Lascia stare che ho qualche anno in più/ meno male che sei convinta tu/ io sto uguale/ mi chiedo solo se/faccio male, a volte, a ridere di te”. Ridere di Gelmini è possibile, ma a tuo rischio e pericolo. Se ne sono accorti gli incauti corteggiatori del gruppo di An alla Camera, nel corso della legislatura precedente, quelli che cercavano di fare colpo su Mariastella con qualche innocente battuta di sfottò – ricevendo in cambio sguardi ghiacciati che nemmeno le acque del Garda d’inverno. Epperò non si sono accorti, quei corteggiatori maldestri, che in Mariastella c’è una piccola vascorossi che scalpita per andare al Roxy Bar. E peccato che nessuno dei suoi spasimanti abbia pensato che per conquistarla occorresse, chessò, una corsa pazza in moto, nel vento, fino a Fregene, due pinte di birra o una bottiglia di rum decadente. Non l’hanno pensato neppure quella volta in cui Mariastella ha indossato, alla cena ufficiale, un bellissimo vestito scollato a fiori chiari e, improvvisamente solare e senza sciarpa, ha sorriso con sguardo sbieco ai colleghi allibiti, ha mosso i bei capelli scuri, per una volta non ingessati dallo spray superfissante, e ha spezzato la folla degli astanti incedendo su tacchi sottili portati tacitamente (e sapientemente). Tutto inutile: sono rimasti immobili a guardarla, incantati ma pur sempre memori della Mariastella di ferro che tutto coordina e nulla lascia indietro (e nulla perdona: non sono tollerate inefficienze, te lo dice in faccia). Nessuno che avesse il coraggio di prenderla per mano e portarla lontano da lì, lontano da Bondi e da Cicchitto e dai cronisti burloni, per una sera soltanto, con un bello scatto di vita maleducata. (foto Ansa)

di Marianna Rizzini

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sabato, 07 giugno 2008

"Io, di destra, all’università mi nascondo"

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«No, mi faccia un favore. Non scriva che sono una vittima. Non mi ci sento. Non lo sono».

E cosa si sente, allora?
«Una militante, per scelta. E poi una studentessa come le altre, che si è trovata a fare una battaglia di democrazia. Non per spirito eroico, per necessità».
Chiunque scriva di politica o di giovani, a Torino, la conosce. Perché Augusta Montaruli, 24 anni, dirigente di Azione universitaria, è un tipetto che non passa inosservato. Minuta, determinata, carismatica. Spesso la vedi con il suo inseparabile cane, Scipio («in omaggio all’inno di Mameli»). Da ieri, dopo lo scoop de La Stampa, che ha raccontato la guerriglia all’università inscenata dai collettivi autonomi per impedirle di sostenere un esame, Augusta è un personaggio nazionale, inseguita da giornali e Tg. Da quando gli autonomi l’hanno messa nel mirino, quattro anni fa, gira per i corridoi dell’università quasi sempre scortata dai suoi camerati. E ieri ha scelto di non stracciarsi le vesti, per lanciare un messaggio politico.

Augusta, perché proprio lei?
(Ride, amaramente) «Chieda a loro, non a me».

Però lei lo sa?
«Da presidente provinciale di Azione giovani sono diventata un bersaglio. Forse più visibile di altri, chissà. Ma prima di me c’erano altri ragazzi nel mirino, e domani ce ne saranno altri, se le cose non cambiano».

Pensa di essere odiata?
(Altro sospiro) «Oh sì. Purtroppo. Vorrei dire no, ma temo proprio di sì».

E lei li odia?
(Scuote la testa) «Noooo... mi fanno pena. Li considero poveracci. La caricatura dei rivoluzionari che sognano di essere. Figli di papà che giocano alla guerra: li conosco uno per uno».

Magari loro dicono lo stesso di lei...
«Impossibile. Mio padre è... mancato a gennaio. Loro si divertono nelle case occupate con le paghette dei genitori, io con mia sorella ho ereditato un mutuo. Una casa e un debito, una responsabilità».

Suo padre era un dirigente di banca...
«... e mia madre una bidella. Le spiego un’altra differenza: io studio all’università e non vedo l’ora di laurearmi, loro ci bivaccano, qualcuno è già dottorando, la maggior parte non è nemmeno iscritta».

Cosa è successo il giorno dell’esame?
«Si erano organizzati per una guerriglia. Per loro era vitale che io non entrassi».

Come mai?
«Hanno detto che dopo i fatti de La Sapienza serviva un presidio che impedisse l’occupazione “nazifascista” dell’università. Si erano organizzati. Avevano persino uno striscione e le uova».

Ma lei è riuscita entrare prima...
«Non c’è voluto nessun atto eroico, è bastato svegliarsi presto. Loro sono arrivati alle nove...».

E poi cos’è successo?
«Come ha potuto testimoniare l’inviato de La Stampa, furibondi per lo smacco, hanno stretto i cancelli con un cordone. Ci siamo trovati faccia a faccia. Noi dentro: loro fuori, imbufaliti, che cercavano sfondare».

E poi?
«Poi è iniziato il lancio delle uova. La polizia in mezzo, un clima da assedio. I miei amici che gridavano: “Vai, corri a fare l’esame, ti copriamo... Mi si è spezzato qualcosa dentro”.

Cosa?
«Pensare che io mi trovavo nella mia università - braccata! - che c’era bisogno di una testuggine romana per coprirmi. Lì ho preso una decisione: non dare l’esame».

Scelta difficile...
«Sì. Mi sentivo morire a lasciare gli altri in quel clima da incubo. Mi sembrava assurdo dover fuggire come una clandestina, per fare una cosa che era un mio diritto».

La professoressa Gambini si è offerta di farle ripetere la prova.
«La ringrazio, è stato un gesto carino, ma io non accetterò».

Perché?
«Non voglio favoritismi. E nemmeno una sessione clandestina in uno sgabuzzino dell’università. Voglio fare l’esame come tutti, alla prossima sessione. Questo è un problema di agibilità democratica che riguarda l’università, non un problema di Augusta Montaruli».

Ogni volta che lei mette piede all’Università...
«Inizia questo ridicolo tam tam con i telefonini. Loro hanno basi logistiche, aule occupate. Hanno il sostegno di gente che viene da fuori, come i portaborse di un consigliere regionale del Pdci, Chieppa».

Conosce il loro leader?
«Si chiama Fabio Benintende».

Ha mai provato a parlarci?
(Ride) «Qual è la prossima domanda?».

Capiterà che vi parliate ogni tanto.
«Senta: noi abbiamo preso il 12% da soli, alle elezioni universitarie: loro non esistono. La metà sono pregiudicati per fatti di violenza. Questi collettivi sono composti dalle stesse persone fisiche che hanno creato la bagarre al Salone del libro per contestare gli scrittori israeliani... Perché possono agire indisturbati?».

Me lo dica lei.
«Io credo che anche il rettore abbia delle responsabilità. Questi dormono in università e hanno le chiavi».

Ha avuto solidarietà istituzionali?
«Sì, una telefonata molto carina del ministro Meloni, che è anche il presidente di Ag».

Cosa le ha detto?
(Risata) «Mi ha preso in giro: “Oh, adesso questo esame non puoi prendere meno di trenta, sennò che figura facciamo?”. Scherzava».

E la solidarietà più impensata?
«La più lontana dalle mie posizioni? Quella del ginecologo abortista Silvio Viale. Si è offerto di scortarmi».

Carino da parte sua.
«Sì, ma non è una soluzione. Non ci servono gorilla, ma regole chiare per tutti».

E da grande cosa vuole fare?
«Per prima cosa la mamma. Poi si vedrà».

E la politica?
«La politica non è un mestiere...».

E cos’è per lei?
«Una passione».

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sabato, 07 giugno 2008

In tv va in onda la fine del "travaglismo"

È finita anche la stagione di Annozero, e perdonerete se continuo a pensare che sia una trasmissione da preservare e al tempo stesso vergognosa. No, non sono le due facce di una stessa medaglia: che alcune puntate siano state interessanti e persino utili, indipendentemente dalle fazioni in campo, è qualcosa di palesemente o segretamente condiviso. Così pure il contrario: che alcune puntate siano state delle mere imboscate, con parterre imbarazzanti per squilibrio, con vacue e inutili piazze urlanti che atterrivano il livello della discussione, con la parola data o tolta secondo fazioso mestiere, beh, su questo c’è stata nondimeno una discreta convergenza.

La propensione al martirio e al vittimismo è direttamente nel dna di Michele Santoro, c’è poco da fare, e così pure alcune sue idee sul concetto di servizio pubblico e sul suo ruolo di conduttore nell’universo. In definitiva è solo colpa di Santoro se Marco Travaglio, alla fine, è diventato ed è restato la discriminante tra la decenza e l’indecenza di ogni singola puntata. Il fatto che per sistemare le cose basti dare il benservito a Travaglio, ne consegue, è qualcosa di palese e di inevitabile che ha un retrogusto ricattatorio: e sorry, è colpa di Santoro anche di questo.

In fondo Travaglio, terminata anche la sua stagione di soliloqui televisivi, alla fine fa quasi tenerezza. Quasi: perché sembrava, alla fine, uno di quei pugili cui hanno decretato il kappaò tecnico ma che non l’hanno capito, e menano fendenti patetici mentre l’arbitro lo riaccompagnava all’angolo dove l’allenatore, un salernitano coi riccioli, gli mormorava che resta il migliore. La lezione nozionistica impartitagli giovedì sera da Alfredo Mantovano (dopo che Travaglio aveva detto che «a Napoli il commissariato fa più o meno le stesse cose della camorra») è stata annichilente. Ma è stato tutto l’ultimo round stagionale a essere micidiale. Prima Giuseppe D’Avanzo di Repubblica, come ricorderete, se l’è cucinato spiegando che Travaglio e la sua famiglia erano andati in vacanza con un tizio poi condannato per favoreggiamento di un mafioso, già prestanome di Provenzano: e anche questo si è rivelato un «fatto». Poi, ad Annozero, Roberto Castelli ha smentito Travaglio in diretta, spiegandogli che lui, diversamente da come Travaglio aveva scritto in articoli e libri, non è mai stato condannato per nessun reato: sul suo capo pende solo una richiesta economica da parte della Corte dei Conti.

Sempre ad Annozero, inoltre, nella stessa puntata, Travaglio ha dovuto persino prendere delle lezioni di diritto elementare dal sindaco di Verona Flavio Tosi: il quale gli ha spiegato la mera differenza tra corruzione e finanziamento illecito dei partiti (si parlava di un reato commesso da Umberto Bossi 18 anni fa) e poi ha amabilmente ricordato che Travaglio in precedenza l’aveva definito «cavernicolo» e «troglodita» anche se le sue condanne per istigazione all’odio razziale, ricordate puntualmente da Travaglio, erano state cancellate con rinvio dalla Cassazione. Anche Tosi, insomma, come Castelli, era incensurato e però il documentato Travaglio non lo sapeva. Eppure, quindici giorni prima, l’aveva scritto proprio l’Espresso, settimanale cui Travaglio collabora: a essere preciso l’aveva scritto il suo collega Gabriele Mastellarini, cui Travaglio un paio d’anni fa ha scritto la prefazione di un libro. Ora, sul suo blog, l’ingrato Palombarini ha da dolersi: «Travaglio sul caso è disinformato», scrive, «Tosi non ha nessuna condanna sul groppone. Mi spiace che Travaglio non legga le pagine dell’Espresso, dove scrive tutte le settimane. Mi permetto di citare Indro Montanelli: “I fatti vanno raccontati tutti: chi ne censura qualcuno è un disonesto che come tale prima o poi viene smascherato”». E questo è un uppercut: Montanelli citato contro Travaglio.

Sempre durante Annozero, poi, Travaglio si era difeso dall’accusa di essere un «pregiudicato» ammettendo d’esser stato condannato solo in sede civile. Ed è un classico schema di Travaglio: da un lato la precisione del maestrino, dall’altro, a proposito di se stesso o dei suoi amici, sciatteria e omissioni a non finire: «Travaglio dimentica la condanna del Tribunale di Torino a indennizzare Fedele Confalonieri e Mediaset per un totale di oltre trentamila euro», ha ricordato ancora Palombarini sul suo blog. Il quale ha precisato, oltretutto: «Travaglio sul suo sito offre stranamente una versione diversa della sentenza. Lui che è sempre molto preciso sulle condanne altrui, scrive che “dovrò pagare 10 mila euro più le spese al dottor Fedele Confalonieri”, mentre in realtà sono 12.000 e dimentica la pubblicazione dell’estratto sul Corriere della Sera, che ha un costo non indifferente. Travaglio non riporta anche la condanna a risarcire Mediaset spa per 14.000 euro, e soprattutto non dice che davanti al giudice ha definito la propria rubrica “di carattere satirico”».

E questa mancava: Travaglio fa satira. Lo sostiene lui. In una sua memoria difensiva datata 4 febbraio 2007, infatti, Travaglio ha scritto che la sua rubrica sull’Unità sarebbe stata appunto «di evidente contenuto satirico». Lui è un satiro. Un comico. E noi potremmo anche concordare, ma è il giudice che nel gennaio scorso l’ha condannato a risarcire Mediaset che non l’ha pensata così: «Non sono ravvisabili i caratteri della satira: questa infatti è una modalità di rappresentazione di fatti e/o persone che mira a suscitare ilarità del pubblico», e però «nella pubblicazione oggetto del procedimento tali caratteristiche non sono in alcun modo ravvisabili». Cioè: Travaglio non fa neanche ridere. L’ha detto un giudice. Per sentenza.

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categoria:berlusconi, travaglio, centrodestra, annozero
mercoledì, 28 maggio 2008

Osservando per la prima volta dall'esterno la crisi dei rifiuti e la giustissima risolutezza del nuovo governo nel volere R I S O LV E R E e non tamponare il problema giungo a conclusioni irrevocabili: i napoletani hanno perso la ragione.
C'è da risolvere questo problema no? ebbene diamoci da fare. Conferiamo solo l'organico e teniamo fuori il balcone vetro e plastica, per le strade ci sarà poca roba solo quella che in casa non può stare perchè puzza. No, i napoletani gettano tutti i rifiuti, dai frigoriferi, alle vecchie sedie, alle reti del letto (e per di più matrimoniale) per poi uscire e dire che i figli rischiano il cancro, le malattie, che non si può circolare... sì ma quella valanga di munnezza mica è piovuta dal cielo!
Vabbè i napoletani non vogliono o non riescono a conferire meno rifiuti, si vede che non si sono accorti dell'emergenza, anzi se ne sono accorti eccome perchè la periferia brucia come la Roma neroniana. Ma non temevano per la salute dei loro figli!?!?
Vabbè allora conferite solo l'organico perchè pasta e verdure che bruciano al massimo lasciano un cattivo odore ma polipropilene ed altri materiali sintetici....
No, abbiamo capito che neppure nelle situazioni più gravi i napoletani si addonano - rendono conto - del problema, figuratevi a parlare di raccolta differenziata...
Ok, niente raccolta, niente accorgimenti, niente circoli virtuosi del riciclaggio, a Napoli si farà alla vecchia maniera: si sotterra tutto.
- No ma qua' !

A Napoli non vogliono le discariche. Come!?!?
Sì, i napoletani hanno ragione, quella immondizia è piovuta dal cielo, mica l'hanno strafottentemente buttata loro... è ingiusto che venga sotterrata lì, se la prendano gli altri, che non è sicuramente loro.

Si ma inceneritori non ce ne sono, discariche nemmeno, alla salute loro e dei figli ci pensano?
- Azzo' , però non si sa questa immondizia dove deve andare e nella discarica vicino casa assolutamente no, per strada neppure, a bruciarla ci facciamo solo molto male ai polmoni...

Insomma, cerchiamo di ragionare, si tratta per il momento di sotterrarla per massimo 30 mesi, il tempo di mandare in funzione gli inceneritori, poi forse saremo un paese normale, con le strade libere...
- N O, no e no !

Ma vuoi vedere che per colpa di Bertolaso e Berlusconi i protagonisti di Gomorra, gli amici di Saviano perdono il lavoro...
- SI e se lo perdono loro figuratevi noi povera gente...

Allora farebbe bene Berlusconi a lasciarvi al vostro destino, risolvetevelo da soli il problema, voi e gli amici di Saviano.
- Vabbuò, facimm' a meglia 'ncarrata, lasciamela mmiez' a via sta sfaccimm' e munnezza e che ce ne fotte.

Vabbene, contenti voi, ma fatemi due soli piaceri. Non vi permettete più di tornare da qualsiasi governo a CHIAGNERE e dite ai vostri figli che di loro e del loro futuro non ve ne FOTTE.



                                                                                                                                                      M M A
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giovedì, 22 maggio 2008
Ritornano i prefetti. Ritornano nelle candidature a parlamentare. Ritornano ovunque il problema della legalità si scontri con quello dell’ordine pubblico e la vocazione recente del nostro popolo all’anarchia appare ormai come una cattiva abitudine. Ritorna dunque Giovanni Giolitti, uomo che seppe fare dei prefetti il passaggio dalla posizione reazionaria di Umberto I all'apertura verso i sindacati e i socialisti del primo regno di Vittorio Emanuele III. Giovanni Giolitti andrebbe ricordato come il vero difensore sia dello Stato unitario che della democrazia. Fu contro la sua maggioranza parlamentare, a lui sempre fedelissima, che Vittorio Emanuele III firmò in segreto il trattato di Londra che lo impegnava a intervenire in guerra contro l’Austria con la Francia e l’Inghilterra. Fu lui che mandò i soldati a chiudere la Reggenza del Carnaro, la prima forma di fascismo in chiave solo immaginaria, con il «vate» Gabriele D’Annunzio. Fu lui, con la sua maggioranza, che chiese a re Vittorio di proclamare lo stato d'assedio e di impedire la marcia su Roma.
È ora che il Popolo della libertà ritrovi le sue radici nel liberale che cercò di far convivere la monarchia dei Savoia con la democrazia e impedire il fascismo. È ora che Berlusconi vada oltre De Gasperi e Sturzo e anche oltre Matteotti e Turati per trovare il suo fondamento liberale dell’uomo che più cercò di salvare la democrazia italiana: prima dalla guerra delle trincee e poi dal fascismo. Togliatti ne capì il significato e fece un celebre «discorso su Giolitti», ma poi cambiò idea e rimase l’uomo dei Patti Lateranensi confermati nella Costituzione.
Ma perché tornano i prefetti? Perché le regioni hanno fallito. L’ente regione entrò nella politica italiana con don Luigi Sturzo, che lo volle proprio contro Giovanni Giolitti e lo Stato dei prefetti. Così fu accolto dalla Costituzione, ma, da veri liberali, De Gasperi e Scelba videro che lo Stato delle regioni non era possibile in un regime di guerra fredda e di contrasto ideologico. La sinistra, che avversò le regioni, le ha poi adottate sino a farne il punto nodale delle istituzioni: aumentando, con una riforma costituzionale, le loro competenze persino in concorrenza con quelle dello Stato. Le regioni oggi fanno acqua, ritornano i prefetti. E ritornano perché l’odiato Stato di polizia è la premessa della democrazia, solo dove la polizia mantiene la legalità è possibile che nasca il regime di libertà. Le regioni non sono servite a mantenere il controllo dello Stato sul territorio: e il vero problema è quello di ristabilire il governo del territorio. Ora intervengono i grandi commissari: Bertolaso, De Gennaro, la Contini. Lo Stato cerca di riprendere il suo spazio.
Gianni De Gennaro è accusato per i fatti di Genova del G8, l’amplesso tra sinistra antagonista e magistratura lo vuole colpevole, ma è la figura centrale dello Stato, Prodi governante, quando i rifiuti di Napoli sbarcano in Sardegna e quando la monnezza grava sulla Campania. E così Bertolaso, direttore della Protezione civile, anche per il centrosinistra è la mano della provvidenza, a cui vengono affidati i casi più difficili. Senza però dargli il potere di usare la polizia per disperdere coloro che occupano abusivamente i territori e impediscono le vie di comunicazione. La democrazia non ha il coraggio di ricordare che essa suppone lo stato di polizia.
Il governo Berlusconi del 2008 ha avuto un chiaro mandato per dare allo Stato la sovranità sul territorio e far sì che la polizia possa disperdere i manifestanti illegali o violenti con la forza. Lo spirito di Mario Scelba, il più democratico e antifascista dei ministri democristiani, lui che stabilì lo Stato di polizia in Italia, dopo gli anni della violenza partigiana postfascista, indica che, senza il controllo della piazza da parte della polizia e dei carabinieri, non vi è legalità né democrazia.

Gianni Baget Bozzo
bagetbozzo@ragionpolitica.it
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